Psicologia
Due lingue, due sé: la scienza dietro un’esperienza che i bilingui conoscono bene
di Dr. Alberto Solazzo
4 minuti di lettura · Maggio 2026

Da decenni la psicologia del linguaggio si interroga su un fenomeno che i bilingui descrivono spontaneamente: la sensazione di essere, in qualche modo, una persona diversa quando passano da una lingua all'altra. Questa intuizione, a lungo liquidata come impressione soggettiva, ha trovato conferme empiriche solide a partire dagli anni Novanta. Il dibattito oggi non riguarda più se il fenomeno esiste, ma come spiegarlo: la lingua è uno specchio della cultura che la abita, un sistema di aspettative sociali che si attiva insieme alle parole, o qualcosa di più profondo che tocca il modo in cui costruiamo il senso di noi stessi?
C’è una scena che molti bilingui riconoscono immediatamente: stai raccontando la stessa storia, la stessa sequenza di fatti, ma la racconti in lingue diverse a persone diverse. E mentre lo fai, senti che qualcosa cambia. Non solo le parole: il tono, la postura, perfino la valutazione morale degli eventi. Hai reso il protagonista più simpatico in una versione, più colpevole nell’altra. Ti sei presentato più deciso qui, più morbido là. Chi hai tradito: la storia o te stesso?
La risposta che la ricerca offre è più radicale di qualsiasi tradimento narrativo. La lingua non è un vestito che si cambia mantenendo lo stesso corpo sotto. È, almeno in parte, il corpo stesso.
Misurare chi sei in due lingue
Agli inizi degli anni Duemila, una ricerca coordinata da Nairán Ramírez-Esparza ha chiesto a un gruppo di bilingui spagnolo-inglese di rispondere allo stesso questionario di personalità due volte: una in spagnolo, una in inglese. Il questionario misurava i cinque grandi tratti della personalità: apertura, coscienziosità, estroversione, gradevolezza, nevroticismo. Le risposte non erano le stesse. In inglese i partecipanti si descrivevano come più estroversi, più accomodanti, più coscienziosi. In spagnolo il profilo si avvicinava a quello dei monolingui messicani. In inglese, a quello degli americani monolingui. La lingua sembrava funzionare come un interruttore culturale: accendeva un sistema di valori e spegneva l’altro.
Il dato più sorprendente non era la differenza in sé, ma la sua coerenza. Le variazioni registrate nei bilingui corrispondevano quasi esattamente alle differenze di personalità tra i monolingui delle due culture. Come se ogni lingua portasse con sé un manuale implicito su come comportarsi, cosa valorizzare, quanto spazio occupare nella conversazione. Un manuale che si apre da solo, senza che nessuno lo chieda esplicitamente.
Stessa storia, persone diverse
Qualche anno prima, la linguista Michèle Koven aveva osservato lo stesso fenomeno con metodo etnografico. Aveva chiesto a un gruppo di bilingui portoghese-francese, figli di immigrati portoghesi cresciuti a Parigi, di raccontare la stessa storia autobiografica nelle due lingue. Le registrazioni erano state poi fatte ascoltare ad altri bilingui, che dovevano descrivere la personalità del narratore.
Il risultato era destabilizzante: la stessa persona veniva percepita come più assertiva, più diretta, persino più scortese in francese. In portoghese, lo stesso narratore sembrava più deferente, più cauto, più incline a cedere alle aspettative degli altri. Gli ascoltatori, senza saperlo, stavano descrivendo due persone diverse. Il narratore aveva usato le stesse parole di base, aveva raccontato gli stessi fatti. Ma il registro, il ritmo, la posizione morale che il racconto implicava erano cambiati insieme alla lingua.
Quando parlo portoghese, automaticamente sono in un mondo diverso. Ha un colore diverso. In francese mi sento più libera di dire quello che penso davvero.
Queste parole, riportate da una delle partecipanti alla ricerca di Koven, riassumono qualcosa che molti bilingui hanno vissuto senza riuscire a formularlo con precisione: la lingua non traduce pensieri già formati, ma partecipa alla loro formazione. E lo fa portando con sé un contesto culturale che non si mette da parte quando si passa dall’una all’altra.
Cosa accade nel cervello durante il passaggio
Le neuroscienze cognitive hanno cominciato a descrivere i meccanismi sottostanti. Quando un bilingue passa da una lingua all’altra, il cervello non spegne la prima lingua per accendere la seconda. Entrambe restano attive in parallelo, in competizione continua per il controllo della produzione linguistica. Il sistema che gestisce questa competizione coinvolge aree prefrontali e i gangli della base, le stesse strutture coinvolte nel controllo cognitivo generale: pianificazione, inibizione, gestione dei conflitti.
Questo significa che il codice switching non è un’operazione neutra. È un atto cognitivo che richiede risorse e lascia tracce. Chi lo pratica regolarmente sviluppa una muscolatura dell’inibizione particolarmente allenata: la capacità di sopprimere la risposta automatica per lasciare spazio a quella intenzionale. Un vantaggio che si estende ben oltre il linguaggio, e che alcuni ricercatori collegano a una maggiore resistenza al declino cognitivo nella terza età.
Il sé come costruzione linguistica
Resta aperta la domanda più profonda: cosa dice tutto questo su chi siamo? Se la stessa persona si descrive in modo diverso in due lingue, quale delle due versioni è quella vera? La risposta più onesta è che probabilmente nessuna delle due lo è completamente, e che la domanda stessa nasce da un’idea di identità più rigida di quanto l’esperienza vissuta giustifichi. Il sé è qualcosa che si costruisce nel momento in cui si parla, con i materiali che la lingua mette a disposizione: non un nucleo fisso che le parole rivelano o tradiscono.
I bilingui offrono una finestra privilegiata su questo processo proprio perché lo rendono visibile. Un monolingue costruisce il suo sé con un solo set di strumenti e non ha modo di accorgersi dei confini che quegli strumenti impongono. Chi abita due lingue sperimenta, ogni volta che passa dall’una all’altra, che quei confini esistono e che sono diversi. E impara, spesso senza teorizarlo, che si può essere persone plurali senza per questo essere persone false.
La domanda su quale versione di sé sia quella vera è forse la domanda sbagliata. Il sé non precede il linguaggio: si costruisce attraverso di esso, ogni volta che apriamo bocca, in qualunque lingua lo facciamo. I bilingui non sono persone divise: sono persone che hanno avuto la fortuna di vederlo con chiarezza.
Chi sei, quando cambi lingua?
Con alcune persone sei più ironico, con altre più serio. In una lingua dici cose che nell'altra non riesci a dire. E a volte ti chiedi quale delle versioni di te sia quella vera, e se ne esista davvero una sola.
Come hai letto, la domanda forse è sbagliata: il sé non esiste prima delle parole, si costruisce parlando, ogni volta. Non sei una persona divisa. Ma sentirti in più versioni senza sapere quale ti rappresenta può stancare, e non c'è nulla di strano a dirlo ad alta voce.
Nel primo incontro gratuito, in videochiamata o in studio, mi racconti in quali momenti ti senti più te stesso e in quali meno. Guardiamo insieme cosa tiene insieme le tue versioni. Se serve altro te lo dico, e se non serve te lo dico lo stesso.
Prenota il primo incontro gratuitoFonti
Ramírez-Esparza, N., Gosling, S. D., Benet-Martínez, V., Potter, J. P., & Pennebaker, J. W. (2006). Do bilinguals have two personalities? A special case of cultural frame switching. Journal of Research in Personality, 40(2), 99–120.
Koven, M. (2007). Selves in Two Languages: Bilinguals' Verbal Enactments of Identity in French and Portuguese. John Benjamins Publishing.
Chen, S. X., & Bond, M. H. (2010). Two languages, two personalities? Examining language effects on the expression of personality in a bilingual context. Personality and Social Psychology Bulletin, 36(11), 1514–1528.
De Bruin, A., Roelofs, A., Dijkstra, T., & FitzPatrick, I. (2014). Domain-general inhibition areas of the brain are involved in language switching: fMRI evidence from trilingual speakers. NeuroImage, 90, 348–359.
Treffers-Daller, J., Ongun, Z., & Hofweber, J. (2021). Behavioral and neurophysiological approaches to code-switching and language switching. Frontiers in Psychology, 12, 660695.
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